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sabato 16 aprile 2011

SENTENZA TRIBUNALE SUPREMO MILITARE

SENTENZA DEL TRIBUNALE SUPREMO MILITARE

I COMBATTENTI DELLA RSI CONSIDERATI BELLIGERANTI DALLA SENTENZA DEL TRIBUNALE SUPREMO MILITARE (N. 747 del 26.4.1954)

Ecco la parte conclusiva della sentenza che legittima le Forze Armate della RSI e, nel contempo, non attribuisce agli appartenenti alle formazioni partigiane la qualifica di belligeranti, perché non portavano distintivi riconoscibili a distanza né erano assoggettati alla legge penale militare.

Nel processo contro alcuni ufficiali della "Legione Tagliamento" ricorrenti contro la sentenza del Tribunale Militare di Milano che aveva, tra l'altro negato che la RSI avesse costituito un governo di fatto e che, pertanto, i suoi ordini potessero ritenersi legittimi, il Tribunale Supremo Militare ha pronunziato una sentenza di eccezionale importanza (26 aprile 1954, Presidente Buoncompagni, Rel. Ciardi) che ha affrontato e risolto, con alto senso giuridico e storico, le più dibattute ed ardenti questioni in tema di collaborazionismo. Diamo qui di seguito, fedelmente riprodotto, il testo della sentenza dal quale abbiamo tolto, per amore di brevità, soltanto qualche brano senza intaccare la sostanza delle motivazioni dell'Alta Magistratura Militare. Ecco il testo della sentenza:

In questa sede non può trovare asilo passione politica alcuna. Nell'immediato dopoguerra le divergenze politiche e ideali, i risentimenti delle famiglie e degli individui, il sangue sparso e la visione della Patria umiliata, dilaniata e infranta, ebbero indubbiamente influenza sul corso normale della Giustizia, che, attraverso l'Alta Corte e le Sezioni Speciali di Corte d'Assise, pronunciò talvolta severissime ed estreme condanne. Ma oggi che il Paese può dirsi risorto, mercè l'opera costruttiva dei suoi Governi e il sacrificio, l'energia e la forza d'animo di tutto il popolo italiano, la Giustizia deve adempiere con la maggiore serenità ed obiettività possibile la sua missione, sceverando la colpa dall'errore, il delitto dall'azione ritenuta di giovamento nel divenire della Patria, e soprattutto rimanendo nei binari della legge”.
“Questo Tribunale Supremo Militare ricorda l'anelito di pacificazione che pervade tutto il popolo italiano e tutti i partiti, nessuno escluso, anelito tradotto dai singoli Governi che si sono susseguiti, dal 1946 ad oggi, in decreti di Sovrana clemenza, intesi a porre sempre più sullo stesso piano morale tutti gli italiani in buona fede, per modo che tutti si sentano figli della stessa Patria, e non vi siano più dei tollerati, degli umiliati e dei reietti, cui si possa, ad ogni istante, rinfacciare un passato che fu piuttosto opera del fato, che degli individui, salvo la legittima repressione dell'azione delittuosa, da chiunque commessa, secondo i canoni immutabili del puro diritto”.
“Le leggi che continuamente si susseguono in pro della pacificazione (da ultimo la pensione concessa agli appartenenti alla milizia), dimostrano a chiare note, l'indirizzo non solo giuridico, ma altresì etico del Governo e del Parlamento.
“La cronaca sta diventando storia. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e nei primi anni del dopoguerra, "quelli del Nord" additavano come traditori "quelli del Sud" e viceversa. Gli appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana si ritenevano unici depositari dell'onore militare e dell'amor di Patria, e lo stesso ritenevano coloro che avevano seguito il Governo del Re”.
“Un popolo di antica civiltà romana e cristiana, un popolo che ha sempre insegnato al mondo il giusto cammino, era, dunque, diventato un popolo di traditori. Le leggi del vincitore avevano dettato severissime norme contro il collaborazionismo; ma al giudice spettava e spetta di esaminare e vagliare se tradimento ci fu, o se solo vi fu incomprensione o errore”.
“Questo Tribunale Supremo Militare, giudice esclusivo del diritto, sente l'altezza del suo compito, nell'ora in cui è doveroso esprimere una valutazione e un esame approfondito, sereno e obiettivo delle questioni proposte, nel rispetto delle convenzioni internazionali e del diritto intorno, e nello spirito cui oggi si informano Governo e Parlamento”.
“Pertanto appare necessario prendere anzitutto in esame talune questioni fondamentali trattate dalla gravata sentenza e specialmente quelle che concernono il carattere della Repubblica Sociale Italiana, la qualità di belligeranti dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana, la posizione giuridica dei partigiani, e, infine, le discriminanti concernenti l'adempimento del dovere e lo stato di necessità”.
Carattere della Repubblica Sociale Italiana
“...Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 la sovranità di fatto o meglio l'autorità del potere legale, fu nella parte dell'Italia, ove risiedeva il Governo legittimo, esercitata dalle Potenze alleate occupanti. Non poteva altrimenti essere, dal momento che, durante il regime di armistizio, permaneva lo stato di guerra e l'occupante era sempre giuridicamente "il nemico"”.
“Basti considerare che tutte le leggi e tutti i decreti, compresa la legge sulle sanzioni contro il fascismo (ordinanza n.2 della commissione alleata in data 27 aprile 1945), ricevevano piena forza ed effetto di legge a seguito di ordini degli Alleati). Pertanto, il governo del re era un governo che esercitava il suo potere "sub condicione", nei limiti assegnati dal Comando degli eserciti nemici”.
“Le situazioni contingenti che ebbero a verificarsi per la dichiarazione di guerra alla Germania, per la cobelligeranza e per i comuni interessi esistenti tra lo Stato italiano e gli Stati alleati, non possono mutare e trasformare la situazione giuridica che si era creata secondo quelle che erano le regole del diritto internazionale”.
“Se questi erano gli aspetti giuridici della Sovranità nell'Italia del Sud, non poteva per certo il legittimo Governo italiano, che aveva solo quella limitata potestà che le potenze occupanti gli concedevano, interferire nell'Italia del Nord e del Centro, dove gli alleati non erano ancora pervenuti. La autorità del potere legale era colà in altre mani; una nuova organizzazione politica si era creata, con un proprio Governo, e, cioè, la Repubblica Sociale Italiana, riconosciuta come Stato soltanto dalla Germania e dai suoi alleati”.
“Indubbiamente tale nuovo Stato non poteva essere considerato soggetto di diritto internazionale, con gli attributi della piena sovranità dagli Stati che non lo avevano riconosciuto; esso assumeva, almeno formalmente, la piena personalità giuridica solo di fronte agli Stati che gli avevano conferito detto riconoscimento. Tuttavia non poteva, nel campo del diritto delle genti, negarsi che comunque, un'organizzazione statuale, sia pure di fatto, esisteva, avente capacità giuridica propria e una propria sfera, se pur limitata, di autonomia, la quale ultima, si rilevi, non è sinonimo di indipendenza e di sovranità che altrimenti dovrebbe parlarsi di Stato di diritto”.
“È comunemente accettato nella dottrina internazionalistica che, nel caso si verifichi un movimento insurrezionale, sussiste un governo di fatto in quella parte di territorio assoggettato al controllo degli insorti e sottratta al controllo del Governo legittimo”.
“Quest'ultimo perde, "de facto", le attribuzioni e le competenze di diritto internazionale, condizionate all'esercizio della potestà territoriale, essendo ad esso succeduto, in quella parte di territorio, il governo degli insorti”.
“Indubbiamente pressoché immutato era rimasto l'ordinamento giuridico esistente nella Repubblica Sociale Italiana: gli stessi codici, le stesse leggi venivano applicati dagli organi del potere esecutivo e dalla Magistratura. L'organizzazione statuale si manteneva in piedi a mezzo delle autorità preposte (dei Prefetti, delle Corti e dei Tribunali, degli uffici esecutivi, delle Forze Armate e di Polizia)”.
“Evidentemente l'Autorità tedesca ebbe allora ad inserirsi nella vita italiana del centro-nord, con i suoi princìpi e i suoi durissimi metodi di lotta; indubbiamente le autorità della Repubblica Sociale Italiana subirono talvolta la pressione e le direttive del loro alleato, pur opponendosi spesso con energia alle sue iniziative; ma tutto ciò non può mutare la posizione giuridica della Repubblica Sociale Italiana, di essere un governo di fatto, sia pure a titolo provvisorio, che manteneva relazioni diplomatiche con alcuni Stati e intrecciava rapporti internazionali, quanto meno ufficiosi, con molti altri che pur non l'avevano riconosciuta”.
“La storia di tutte le guerre insegna che molto spesso, anche quando trattasi di alleati, che insieme combattono sul territorio appartenente ad uno di essi, lo Stato più forte e più potente finisce col prendere le maggiori iniziative, interferendo nella vita e nella potestà dello Stato meno forte, imponendo le sue direttive e, talvolta, la sua forza e i suoi tribunali (esempio: corpi di spedizione alleati nella guerra 1915-1918 in territorio greco). Tuttavia la situazione di fatto che viene a crearsi tra l'alleato più potente e quello meno forte non incide sul carattere formale e giuridico dell'alleanza. Da ciò consegue che, nella specie, non basta rifarsi ai metodi tedeschi, per dedurne che essi erano gli occupanti e per negare alla Repubblica Sociale Italiana il carattere di un Governo di fatto; né la situazione fluida, durata pochi giorni, tra l'8 e il 23 settembre 1943, giorno in cui Mussolini ebbe a proclamarsi capo dello Stato fascista repubblicano e capo del governo, autorizza a ritenere che solo un regime di occupazione si sia costituito nel centro-nord dell'Italia ad opera delle Forze Armate tedesche. Si dimentica in tal modo che anche le Forze Armate alle dipendenze di Mussolini e di Rodolfo Graziani occupavano il territorio suddetto, che l'ordinanza Kesselring, in data 11 settembre 1943, che assoggettava il territorio italiano alle leggi tedesche, cessò di avere efficacia proprio con il 23 settembre 1943, quando, se pur non ancora proclamata la Repubblica Sociale Italiana (che nacque il 25 novembre 1943), esisteva già il cosiddetto Stato fascista repubblicano”.
“Certo è che in quei giorni, la sovranità dello Stato italiano si ridusse solo ad una consistenza formale e giuridica: il re aveva lasciato la capitale e con il suo Governo aveva, a seguito dell'armistizio, preso contatto con gli alleati, nel nobile intento di salvare l'unità e l'indipendenza d'Italia. Il Governo legittimo potè così incominciare a consolidarsi, secondo le direttive degli alleati, e a lanciare i suoi ordini e i suoi proclami”.
“Dal parallelo che scaturisce tra il regime del centro-nord e quello del sud appare, adunque, che "de facto", il Governo legittimo e quello di Mussolini avevano una libertà limitata: "de jure", era peraltro, preclusa al governo legittimo, ogni indipendenza, mentre, invece, tale formale preclusione non esisteva per la Repubblica Sociale Italiana che emanava le sue leggi e i suoi decreti senza l'autorizzazione dell'alleato tedesco”.
“Quando vuol darsi una definizione giuridica di una organizzazione insurrezionale è, pertanto, necessario non solo prendere in esame il suo ordinamento giuridico e la sua sfera di autonomia nel territorio ad essa soggetto, ma guardare altresì detta organizzazione al cospetto degli altri Stati, con particolare riferimento al governo legittimo. Se lo Stato nazionale domina, nonostante l'insurrezione, la situazione che si è creata, e ha la possibilità e la capacità di esaurirla in breve termine, allora può discutersi e forse anche negarsi l'esistenza di un governo di fatto insurrezionale; ma quando tale capacità non esiste, quando il governo legittimo è addirittura alla mercè del nemico, e l'autorità del governo insurrezionale si consolida nei suoi ordinamenti, e la sua vita è di non breve durata, allora non è più possibile negare a quest'ultimo il carattere di un governo di fatto, secondo i princìpi comunemente accolti nella dottrina internazionalistica”.
“Pertanto, deve concludersi che la Repubblica Sociale Italiana era retta da un governo di fatto, dalla quale nozione scaturiscono le conseguenze giuridiche che tra breve saranno esaminate”.
“Per esaminare a fondo il problema occorre rifarsi all'origine della belligeranza. Quando fu pubblicato l'armistizio dell'8 settembre 1943, una parte delle Forze Armate italiane non lo accettò e proseguì nelle ostilità contro il nemico, e, cioè, contro gli alleati che avevano messo piede in Italia”.
“Indubbiamente i comandanti dei reparti che non obbedirono agli ordini del governo legittimo violarono la norma di cui all'articolo 168 codice penale militare di guerra, con cui si punisce l'arbitrario prolungamento delle ostilità”.
“Questo fatto non sopprimeva, di fronte agli alleati, la qualità di belligeranti che spettava a tutti i combattenti; di fronte agli anglo-americani e loro alleati, tuttora nemici, anche in clima di armistizio non potevano i combattenti italiani - sia pure ribelli agli ordini del Supremo Comando italiano - perdere il loro carattere di belligeranti, così come è stabilito nelle convenzioni internazionali e come è comunemente accettato”.
“Mai è avvenuto nella storia di tutte le guerre, di negare tale caratteristica alle truppe che non accettano la resa. Colpevoli i combattenti che non obbedirono agli ordini del re, di fronte allo Stato italiano, ma sempre soldati e belligeranti di fronte al nemico”.
“I combattenti che non si arresero ritennero di dover mantenere fede all'alleato tedesco, e fronteggiarono a viso aperto l'avversario, venendo dal medesimo fino all'ultimo trattati come combattenti e come belligeranti”.
“L'articolo 40 del citato regolamento annesso alla Convenzione dell'Aja dichiara che ogni grave infrazione dell'armistizio, commessa da una delle parti, dà diritto all'altra di rinunciare e, in caso d'urgenza, anche di riprendere immediatamente le ostilità. Nella specie che ci occupa non ci fu infrazione da parte dello Stato italiano, ma solo da parte di considerevoli unità, di terra, di mare, e dell'aria. Ed allora il conflitto non ebbe a cessare: gli alleati fronteggiarono egualmente truppe tedesche e italiane, e solo più tardi, molto stentatamente, si attuò la cobelligeranza coi reparti regolari italiani, fiancheggiati dalle formazioni partigiane”.
“Ciò appartiene alla Storia! Non può, pertanto, negarsi, alla stregua dell'articolo 40 suddetto, che gli appartenenti alle Forze Armate della R.S.I. abbiano conservato la qualità di belligeranti, né è possibile concepire che tali Forze avessero detta caratteristica solo di fronte agli alleati e non al cospetto dei cobelligeranti italiani”.
“Ecco come si spiega il trattamento di prigionieri di guerra concesso dagli alleati - d'accordo col Governo legittimo italiano - ai militari delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, sin dai primi mesi del 1944. Ciò vale a smentire quelle teorie unilaterali che, ormai, sono del tutto superate, con cui si vuole negare il carattere di belligeranti ai combattenti della Repubblica Sociale Italiana, argomentando in maniera erronea e fallace, in base alle norme della legislazione italiana post-fascista, che, come si è rilevato, non ha, sotto il profilo del diritto internazionale, alcuna veste e alcuna autorità al riguardo”.
“Belligeranti, adunque, erano i combattenti del Centro-Nord, anche se ribelli o insorti e, quindi, punibili secondo il diritto interno in base allo svolgimento di regolari giudizi”.
“Ma pure da un altro punto di vista si conferma la tesi suesposta. Accertato che la Repubblica Sociale Italiana concretava un governo di fatto, soggetto di diritto internazionale, entro certi limiti, non poteva, sotto questo riflesso, negarsi ai suoi combattenti la qualifica di belligeranti. Anche a voler considerare, per dannata ipotesi come fa la sentenza impugnata, i reparti della RSI quali milizie alle dipendenze del tedesco invasore, egualmente dovrebbe ad essi riconoscersi la qualifica di belligeranti, perché, comandati da capi responsabili, portavano segni distintivi e riconoscibili a distanza, apertamente le armi, e si conformavano, per quanto era possibile, nei confronti dell'avversario belligerante, alle leggi e agli usi di guerra (i partigiani non erano belligeranti, come si vedrà in seguito); né può far velo a tale soluzione giuridica la caratteristica insurrezionale di detti reparti, poiché l'articolo 1 della Convenzione dell'Aja non fa distinzioni di sorta. D'altronde l'interpretazione pressoché autentica di questi princìpi è fornita dall'articolo 4 della Convenzione di Ginevra, 8 dicembre 1949, relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, convenzione che ha reso normativo quello che era già accettato nell'attuazione pratica del diritto internazionale bellico”.
“Infatti il n. 2 del detto articolo 4, prendendo evidentemente le mosse dall'articolo 3 del Regolamento annesso alla Convenzione dell'Aja il quale dichiara che gli appartenenti alle forze armate delle parti belligeranti hanno diritto, in caso di cattura, al trattamento dei prigionieri di guerra, precisa che "sono prigionieri di guerra i membri delle altre milizie e i membri degli altri corpi volontari, ivi compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una parte in conflitto e agente fuori e all'interno del loro territorio, anche se questo territorio è occupato, purché queste milizie o corpi volontari, ivi compresi i movimenti di resistenza organizzati, adempiano le condizioni seguenti: a) avere a capo una persona responsabile per i suoi subordinati; b) avere un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza; c) portare apertamente le armi; d) conformarsi, nelle loro operazioni, alle leggi e agli usi di guerra".
“Questi princìpi erano stati già applicati durante la guerra, tant'è che gli alleati ottennero dalla Germania il trattamento di legittimi combattenti alle formazioni della "Francia Libera" del generale De Gaulle, nonostante la resa dello Stato francese”.
“L'impugnata sentenza tratta in un modo troppo semplicistico il problema della belligeranza, considerando l'organizzazione militare della Repubblica Sociale Italiana come "rivolta alla ribellione contro lo Stato legittimo, e quindi non aventi alcun valore le norme, gli ordini, i vincoli di subordinazione e i poteri gerarchici da essa emanati".
“Pertanto, rifacendosi solo al diritto interno, negando la caratteristica di governo di fatto alla Repubblica Sociale Italiana, che perfino il Pubblico Ministero aveva riconosciuto con serena obiettività e profondità di argomentazioni - pur non traendone le necessarie conseguenze - ha finito col non ritenere la belligeranza degli avversari, per potere, in prosieguo di motivazione, trattare soltanto da ribelli i combattenti della Repubblica suddetta, ed escludere, quindi, le fondamentali discriminanti dell'adempimento del dovere e dello stato di necessità di cui si dirà in seguito”.
“In tal modo, disavvenendo a tutte le norme in materia, si perpetua una particolare valutazione dei fatti che, se era spiegabile nei primi dolorosi anni del dopoguerra, oggi non può essere consentita, nel clima dell'auspicata pacificazione e delle sopite passioni politiche, e nell'austera applicazione del puro diritto”.
Carattere di non belligeranza dei partigiani
“Il giudice di merito ha, invece attribuito ai partigiani le qualità belligeranti, con una peregrina interpretazione delle disposizioni vigenti”.
“Sotto il profilo etico deve subito rilevarsi che tale qualifica non può togliere ai partigiani quell'aureola di eroismo di cui molti si circondarono, ben conoscendo che da belligeranti non potevano essere trattati, ed essendo certi che l'avversario - appunto per difetto di tale loro qualità - li avrebbe spietatamente perseguiti. Infatti, i combattenti delle truppe regolari italiane, se fatti prigionieri, non subivano le repressioni dei plotoni d'esecuzione; le subivano, invece, i partigiani che non potevano farsi usbergo della qualifica suddetta”.
“L'impugnata sentenza, si è richiamata alla citata Convenzione di Ginevra, quando si è trattato di qualificare belligeranti i partigiani, dando un'interpretazione arbitraria alle norme surriferite”.
“Al riguardo non vale argomentare che i partigiani fiancheggiavano le truppe regolari italiane, e che facevano capo ai comandi italiani e alleati, per poi dedurne che avevano dei capi responsabili; è necessario, invece, per risolvere la questione, riferirsi esclusivamente alle formazioni partigiane, considerate per se stesse, per quelle che erano e per il modo con cui si manifestarono, senza risalire ai comandanti superiori delle Forze Armate, ben noti e riconosciuti sotto il loro vero nome”.
“All'uopo si osserva: 1) i belligeranti devono avere a capo una persona responsabile per i propri subordinati. Non si comprende come il concetto di responsabilità possa conciliarsi con quello di clandestinità, per cui i capi del movimento partigiano, per non farsi riconoscere, per non essere identificati e traditi, e correre l'immediato rischio di morte, si nascondevano sotto pseudonimi, eliminando, per tal modo, quanto meno le responsabilità di ordine immediato”.
“Non si può dalla pratica verificatasi in guerra, per cui talvolta i capi delle forze avversarie si incontravano per venire a patti, dedurre senz'altro una inesistente giuridica responsabilità dei capi partigiani, che, era invece, accuratamente evitata”.
“2) I belligeranti devono avere un segno distintivo fisso, riconoscibile a distanza. Qui la sentenza è del tutto generica, poiché si limita a citare due montanari che furono denunciati perché avevano un fazzoletto verde; essa poi accenna, genericamente, a quanto ebbe a riferire il teste - on. Ezio Moscatelli - e infine dichiara, per scienza propria e contrariamente ad ogni norma processuale, constare al Collegio che la formazione del Veneto e del Mortarolo portavano i richiesti distintivi di belligeranza”.
“Tali distintivi devono essere fissi e riconoscibili a distanza. Questo doveva dimostrare il giudice di merito e non l'ha fatto”.
“La nostra legge di guerra, approvata con Regio Decreto 8 luglio 1938 n. 1415, dispone all'articolo 25, in armonia con le convenzioni internazionali, che i legittimi belligeranti debbono indossare un'uniforme od essere muniti di distintivo fisso comune a tutti e riconoscibile a distanza”.
“La sentenza non ha affatto dimostrato - e non lo poteva - che esistesse un distintivo fisso di tal genere, comune a tutti i partigiani e riconoscibile a distanza, sostitutivo, in altri termini, della uniforme”.
“La lotta clandestina, condotta dai partigiani senza dar quartiere e senza riceverne, imponeva dei metodi e degli accorgimenti che contrastavano coi segni di riconoscimento richiesti. Essi, che pur costituirono il nerbo della resistenza e addussero un apporto fondamentale alla definitiva vittoria delle Forze Armate del legittimo Governo italiano, combatterono una guerra singolare e, per certi aspetti, eroica, sacrificandosi e immolandosi per il bene supremo della Patria. I loro atti di guerra non hanno bisogno di essere legittimati attraverso la qualifica della belligeranza; agirono come agirono, perché tra i reparti fascisti e i reparti partigiani regnavano, quanto più, quanto meno, sistemi di combattimento, di guerriglia, che avevano accantonato, come si vedrà in seguito, le fondamentali norme del Codice penale militare di guerra. La loro opera deve essere apprezzata e riconosciuta, per quanto essi fecero nell'interesse del Paese, salvo la punibilità delle azioni delittuose eventualmente compiute”.
“3) I belligeranti devono portare apertamente le armi. La stessa sentenza riconosce che non sempre ciò era possibile, poiché tale requisito deve essere considerato alla luce della tecnica particolare della guerra partigiana”.
“4) Infine, i belligeranti debbono attenersi alle leggi e agli usi di guerra, sul qual punto il giudice di merito non ha fornito che vaghe indicazioni; ma di questo si dirà meglio in seguito”.
“Pertanto deve concludersi che i partigiani, equiparati ai militari, ma non assoggettati alla legge penale militare, per lo espresso disposto dell'articolo 1 del decreto legge 6 settembre 1946 n. 93, non possono essere considerati belligeranti, non ricorrendo nei loro confronti le condizioni che le norme di diritto internazionale cumulativamente richiedono”.
“Il magistrato ha un vasto campo di valutazione, quello concernente il dolo che, in tema di collaborazione propone il quesito seguente: il giudicabile ha inteso di collaborare all'invasione del tedesco, ha voluto effettivamente tale invasione, o ha ritenuto di agire per una sia pure errata visione del bene e del divenire della Patria? Tale quesito, in altri termini ne pone un altro: è possibile, nonostante la proclamata figura giuridica del "tedesco invasore", ammettere una volontà di collaborazione non rivolta all'evento invasione, ma volta invece al "divenire della Patria"? È possibile pensare che l'agente, lungi dal ritenere la sua opera collaboratrice intesa a favorire l'invasione, abbia, in buona fede, creduto che la Repubblica Sociale Italiana si avvalesse delle forze tedesche per fronteggiare lo stesso nemico (gli alleati), ma non certo per agevolare il tedesco nei suoi piani militari e politici ai danni dell'Italia”.
"La storia dirà un giorno - e la cronaca già si sofferma su questo punto - se i gerarchi della Repubblica Sociale Italiana si opposero, con i mezzi a loro disposizione, ai piani del tedesco, e se mirarono - sia pure ponendosi contro il Governo legittimo - al solo bene dell'Italia, quale essi lo ritennero".
“Certo è che, nella disamina delle responsabilità occorre avere presenti i proposti quesiti in tema di dolo, al fine di accertare quale fu il movente e quale lo scopo per cui si attuò, nei singoli casi, la collaborazione”.
La Suprema Corte di Cassazione, dopo una prima rigorosa giurisprudenza, che risentiva del clima in cui ebbe a formarsi, ha sin dal primo semestre del 1947, discusso e ammesso la possibilità, nella soggetta materia, delle discriminanti dell'adempimento del dovere e dello stato di necessità”.
“Per lo contrario l'impugnata sentenza ha, con criterio unilaterale, come si è superiormente rilevato, ritenuto che la organizzazione militare della Repubblica Sociale Italiana, era rivolta alla ribellione contro lo Stato legittimo, donde nessun valore poteva attribuirsi alle norme, agli ordini, ai vincoli di subordinazione e ai poteri gerarchici che da essa promanavano. All'uopo la sentenza ricorda che, secondo la legge sulle sanzioni contro il fascismo, deve parlarsi di "sedicente Repubblica Sociale Italiana" e che tale appellativo è sintomatico per la soluzione della questione”.
“Deve, in proposito, rilevarsi che il termine "sedicente" intende contrapporre tale Repubblica dello Stato italiano legittimo; essa fu solo "sedicente", perché non ebbe il pieno riconoscimento internazionale, né si sostituì allo Stato legittimo”.
“Queste locuzioni "Stato di diritto", "Stato legittimo", non rispondono pienamente alla terminologia del linguaggio tecnico-giuridico, ma sono utilmente adottate per significare che non si tratta di uno Stato di fatto (altra locuzione praticamente utile), ma dell'unico, vero, legittimo Stato. Con tali argomenti il giudice di merito ha posto il veto e ha risolto ogni premessa per la discussione e l'ammissibilità delle discriminanti parole. È mai possibile che, in tal modo, siano annullati i princìpi posti dal Codice penale e dai Codici penali militari, da ogni legislazione civile, dichiarando in blocco inapplicabili tali cause di esclusione?”.
“In definitiva, quando la resistenza e l'insurrezione armata assume, in grande stile, forme di organismo militare vero e proprio, quando non si tratta di una ribellione di pochi, ma di imponenti masse, è ovvio che, nei limiti consentiti e in omaggio alle esigenze dell'umanità i governi di fatto non possono essere trattati senz'altro come governi aventi giurisdizione su un'accolita di ribelli e di fuori legge; ché altrimenti, accertata l'originaria e libera volontà di porsi agli ordini della Repubblica Sociale Italiana, risulterebbe imponente il numero dei colpevoli di collaborazionismo, sia pure beneficiati di amnistia; in questa ipotesi la delinquenza politica si sarebbe palesata come generalità di vita vissuta da centinaia di migliaia di uomini e non come eccezione; il che non può essere, perché è l'eccezione che delinque e non la generalità”.
“D'altronde, come può oggi parlarsi più di una accozzaglia di ribelli, quando la Convenzione di Ginevra ha inteso proprio tutelare i movimenti di resistenza organizzata, come sopra è detto?”.
“Più che dall'essere la Repubblica Sociale Italiana un Governo di fatto, le discriminanti in questione traggono origine dalla riconosciuta qualità di belligeranti ai combattenti della Repubblica suddetta. Si comprende che, negata loro tale qualità, ne deriva ch'essi fossero un'accozzaglia di ribelli, di traditori e di banditi, nonostante che imponente fosse il numero dei reparti, degli ufficiali, dei decorati che non vollero deporre le armi; ammessa, invece, tale qualifica nell'indiscutibile spirito delle Convenzioni internazionali dell'Aja e di Ginevra, il problema delle cause discriminanti può e deve senz'altro essere posto e risolto”.
“Lo Stato italiano punisce i suoi sudditi, per l'opera collaborazionistica col tedesco invasore, ma nel contempo è innegabile, per le cose dette che occorre tenere presente l'inquadratura militare della Repubblica Sociale Italiana, delle gerarchie costituite, degli ordini emanati e della legge militare colà imperante (quella italiana); né può da un lato riconoscersi la belligeranza e da un altro negarsi l'esistenza di un ordinamento militare, fondato sull'obbedienza e sulla disciplina militare”.
“...Ciò premesso, per la serena valutazione dei fatti occorre fissare il punto di partenza, che nella sfera dell'ordine psicologico, prende le mosse dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Si è rilevato che, inizialmente, una parte delle Forze Armate italiane non volle accettare l'armistizio e proseguì nelle ostilità contro il nemico della guerra sino allora combattuta, intendendo mantenere fede all'alleato tedesco; le armi italiane non furono inizialmente rivolte contro i propri fratelli, e se scontri inizialmente vi furono tra reparti italiani e reparti italiani, più che altro si verificarono per la fatalità delle circostanze”.
“I reparti che avevano seguito l'ordine del Governo legittimo pensarono soprattutto a fronteggiare il tedesco invasore, e, purtroppo, avvenne l'inevitabile, per cui si trovarono di fronte figli della stessa grande Madre. In quei giorni nefasti il potere regio era pressoché annullato, e solo formalmente esisteva, come si è dianzi rilevato, la sovranità italiana. L'esercito era disperso e infranto, gli alleati apparivano vittoriosi, tutto cadeva in rovina e grande era il disorientamento delle coscienze. In tale confusione, nella carenza dei poteri costituzionali, il soldato, l'ufficiale italiano fu chiamato a risolvere il tragico quesito, se mantenere fede all'alleato o ubbidire al Governo del re”.
“Quando si afferma la tesi della libera determinazione dei singoli nella scelta del fronte, si dimentica la tragica situazione cui si è fatto segno, si oblia che la guerra fraterna non fu inizialmente voluta, ma fatalmente sorse dalla disfatta, che, comunque, tutti gli italiani, salvo pochi, amarono di sconfinato amore la loro Patria, anche errando; che, se si può parlare di collaborazionismo e di tradimento nel senso giuridico, non si può certo affermare che le centinaia di migliaia di soldati, che rimasero al nord a combattere contro gli alleati e le truppe regie, fossero un'accozzaglia di traditori. Accettare e consacrare alla storia una tesi simile, significherebbe degradare la nostra razza, annullare il retaggio di gloria e di valore che ci lasciarono coloro che nella guerra immolarono la vita, creare al cospetto delle altre nazioni una leggenda che non torna ad onore del popolo italiano”.
“Ricostruita così la verità storica degli avvenimenti, non deve da tale ricostruzione trarsi la stolida illazione che non vi siano colpevoli, poiché non v'ha dubbio che debbono essere inesorabilmente colpiti coloro che agirono in mala fede, eccedettero in faziosità, compirono azioni delittuose, crudeltà efferate ed innominabili sevizie”.
“Tutta l'antecedente esposizione deve servire solo ad obiettare e a serenamente apprezzare i fatti, a non porre senz'altro le premesse di una ribellione, libera nella determinazione e totalitaria nei delittuosi scopi, per cui si giunga inesorabilmente a colpire quanto non è giusto colpire, e si perpetuino i rancori, gli antagonismi, le inimicizie, allontanando la auspicata pacificazione, che non può essere attuata se non nel clima di una tranquillante giustizia”.
“L'impugnata sentenza ha ritenuto che l'errore di fatto in cui possono essere caduti taluni imputati, nel ritenere legittimi gli ordini provenienti dagli organi della Repubblica Sociale Italiana, sia inescusabile, in quanto l'illegittimità di tale organismo è elemento di norme penali che quella illegittimità sanciscono. Ciò non è esatto, perché il dolo domina tutti gli estremi del reato, e alla sua ricerca non si sottrae neppure l'estremo della illegittimità”.
“Ma v'ha di più! La tesi del giudice di merito non può essere accolta. Una volta riconosciuto che la Repubblica Sociale Italiana costituiva un governo di fatto e che i suoi combattenti dovevano essere considerati belligeranti, ne consegue che gli ordini impartiti dai superiori ai loro subordinati dovevano essere eseguiti. Non può far velo alla soluzione del quesito, che è di ordine strettamente giuridico, il carattere insurrezionale del Governo suddetto, per trarne l'illazione generica della illegittimità di tali ordini”.
“La legittimità o l'integrità non è in funzione della insurrezione, della ribellione al potere regio, ma va posta in relazione all'organizzazione politica e militare che si era costituita con il suo ordinamento giuridico, con le sue leggi, con le sue autorità”.
Se lo sbandamento delle coscienze e la fatalità degli eventi portò molti combattenti nei quadri militari della Repubblica Sociale italiana, non è esatto parlare a priori, di illegittimità degli ordini, e tanto meno escludere le discriminanti putative, se per giustificabile errore, i soggetti ritennero di adempiere al loro dovere e di agire nello stato di necessità (Art. 59, Ultimo Comma, Codice Penale)”.
STORIA DEL XX SECOLO N. 46 e N. 47 del Marzo e Aprile 1999. C.D.L. Edizioni srl

martedì 12 aprile 2011

CENNI DI STORIA PATRIA

LA GUERRA 15-18
ACCORDI SUCCESSIVI ALLA VITTORIA

Quando l’Italia, alleandosi a Francia, Inghilterra e America, veniva sollecitata ad entrare in guerra contro l’Impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe per motivi strategici e di contiguità territoriale, venne compensata dalle promesse del Trattato di Londra (26 Aprile 1915) che attribuiva la Dalmazia all’Italia per ragioni di continuità storica (risalenti all’Impero Romano) e per il fatto che la popolazione ivi esistente era per tre quarti italiana. Ma gli Stati Uniti, non d’accordo, ridimensionarono fortemente quelle promesse. D’altronde, nei Balcani c’erano già fermenti nazionalistici che si opponevano a quella soluzione.
 Un anno dopo, nel 1916, le stesse potenze, col Trattato di San Giovanni di Moriana, attribuivano all’Italia la città turca di Smirne, nel quadro della risistemazione dell’ex-impero ottomano, e con l‘intenzione di dare all‘Italia il compito di contrastare il dominio russo degli Zar sulla Balcania e la pressione russa sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli.
La Grande guerra fu vinta il 4 Novembre 1918. Ma per l’Italia fu invece da considerarsi “perduta”, malgrado il sacrificio di molti milioni di italiani morti. Vediamo perché.
Il governo austro-ungarico aveva chiesto l’armistizio già il 29 Ottobre 1918. Ma il 30 Ottobre un “Comitato di Zagabria” proclamava la nascita del “Regno dei Serbi, dei Croati, degli Sloveni”, attribuiva all’erede al trono Jugoslavo (Alessandro 1° Karageorgevic) il titolo di “Principe dell’Adriatico”, e rifiutava e contestava il Trattato di Londra del 1915. Contemporaneamente, la Rivoluzione bolscevica del 1917 poneva termine all’Impero zarista e rendeva inutile la posizione dell’Italia a Smirne, nel Bosforo e nei Dardanelli.
Le potenze Inghilterra, Francia, America accettarono questa nuova situazione e di fatto divennero da allora i veri antagonisti dell’Italia, di cui temevano la posizione nel Mediterraneo.
L’impresa di Gabriele D’Annunzio e dei suoi Legionari in Istria,  e il conseguente “Regno del Quarnaro” tentò di restituire un residuo di dignità all’Italia che, sfibrata dalla Guerra Mondiale, non aveva ufficialmente reagito alla non attribuzione della Dalmazia.
Il dominio franco-inglese nel Mediterraneo, che vedeva nelle loro mani Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto, parte della Libia, Sudan, Corno d’Africa, e  Malta e Gibilterra, veniva così rafforzato e si presentava come una cappa abbastanza soffocante  che impediva i commerci italiani con la “quarta sponda” .
Il 4 Novembre, giorno della vittoria, fu da molti in realtà considerato alla stregua di una “truffa” per  l’Italia.
Queste le principali ragioni dell’inizio in Italia, dal 1918 in poi, di un fortissimo sentimento nazionalista, che condusse in seguito alla nascita del Partito Fascista, al suo regime (visto con favore da Casa Savoia) e in seguito, alla ultima Guerra Mondiale del 1940, che il Fascismo propagandò come una vera e propria guerra di indipendenza e  di liberazione del popolo italiano dalla cappa imposta dagli anglo-francesi. L’Italia aveva tentato con la guerra di Libia  e successivamente di creare una “testa di ponte” in Africa che contrastasse il dominio anglo-francese, ma non c’era riuscita, e in seguito le “sanzioni economiche” del 1936, respingendola dal consesso degli antichi vincitori della Grande Guerra, la gettavano in braccio alla Germania.     

LE CONDIZIONI IMPOSTE ALL’IMPERO AUSTROUNGARICO DOPO LA FINE DELLA GRANDE GUERRA.

Le condizioni di pace  del Trattato di Versailles stabilirono la fine dell’Impero. Ciascuno stato si riprendeva la sua autonomia. Ma la Germania fu oltremodo penalizzata, e questo fu, analogamente all’Italia, la causa della nascita di un forte sentimento di “revanche” che doveva sfociare nella nascita del nazismo e nel tentativo di riprendere, con gli interessi, quanto perduto.
Infatti, erano state imposte alla Germania alcune pesanti condizioni:
- la cessione alla Polonia del “corridoio polacco”, un pezzo di Germania ceduto per permetterle di avere uno sbocco al mare nei pressi di Danzica, città completamente tedesca ma ormai obbligata ad osservare lo statuto di “Città internazionale”. Nel “corridoio polacco” vivevano ben 4 milioni di tedeschi che mal soffrivano la  separazione dalla madre patria. Ricordiamo che allora la Polonia contava 35 milioni di abitanti, di cui 6 milioni erano bielorussi ed ucraini, poi macchie etniche di lituani ungheresi ed estoni. I Polacchi erano meno di 25 milioni.
- la questione dei Sudeti: nella Prussia Orientale, nella zona confinante con la Boemia vivevano ben 16 milioni e mezzo di tedeschi, che furono inglobati nella Cecoslovacchia. Questa cosa fu poi tragicamente e definitivamente risolta dopo la 2° Guerra mondiale, perduta dalla Germania: i tedeschi furono tutti espulsi dalle loro terre e dalle loro case e possedimenti. Di loro, oltre 3 milioni morirono di sevizie e di stenti durante l’esodo forzato. La città prussiana di Koenisberg, patria di Kant e di Fahrenheit e altri territori furono ceduti all’URSS, che ridenominò “Kaliningrad” la medesima città (da Kalinin, Presidente “figurativo” dell’URSS ai tempi di Stalin) e fu abitata integralmente da russi cui furono date le proprietà dei tedeschi espulsi.
- la internazionalizzazione a tempo della Saar, zona di frontiera tra Francia e Germania, che alla scadenza del periodo, avrebbe scelto con referendum la propria destinazione, cosa che avvenne nel 1934: la popolazione votò compatta per la riunificazione alla madrepatria tedesca, compreso la parte avversa al regime hitleriano, al potere già da un anno.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il regime hitleriano, ormai consolidato e riarmato, voleva a tutti i costi sanare le ferite e rivedere le condizioni - che riteneva ingiuste - imposte alla Germania nel 1918. A fine Agosto 1939 propose nelle zone del corridoio polacco un referendum analogo a quello della Saar, il cui svolgimento sarebbe stato sorvegliato e garantito da truppe russe, italiane, francesi, inglesi. I polacchi rifiutarono; Francia e Inghilterra tennero un atteggiamento poco chiaro, quasi dando via libera a Hitler (forse per portarlo in guerra). Hitler, così, entrò in Polonia, il 9 Settembre.  Mussolini tentò un disperato salvataggio della pace chiedendo alla Germania di fermarsi immediatamente e a Francia e Inghilterra la convocazione di una conferenza per la revisione dell’ingiusto Trattato di Versailles.
La Germania accettò, ma le due potenze in questione pretesero l’immediato ritiro tedesco dal piccolo spazio occupato e altre condizioni intenzionalmente non accettabili, assicurando la Polonia che sarebbe stata difesa dalla aggressione con l’entrata in guerra al suo fianco. Oggi si pensa con qualche ragione che l’Italia fece un coraggioso sforzo pacifista, ma che Francia e Inghilterra, preoccupate del forte riarmo tedesco, volessero portare Hitler in guerra per ridimensionarlo, fidando sulla “Linea Maginot” e sulla superiorità dei loro rifornimenti. Naturalmente, la Russia aspettava che gli occidentali si scannassero, per poi intervenire trionfalmente. 
La mancata convocazione della conferenza proposta da Mussolini irritò Hitler, che riprese trionfalmente la marcia in Polonia, e, non contentandosi del corridoio polacco, la conquistò rapidamente tutta. Analogamente per la Cecoslovacchia; non contentandosi dei Sudeti, la prese tutta. Ci accorgeremo più tardi che in realtà Hitler voleva impadronirsi di tutta l’ Europa per fare un grande Impero Teutonico.
Nel frattempo, Francia e Inghilterra, per questi soprusi, dichiararono guerra alla Germania, attaccandola. L’Inghilterra inviò consistenti forze in Francia. Ma Hitler sbaragliò rapidamente le forze anglofrancesi, aggirò dal Belgio la Linea Maginot, entrò trionfalmente a Parigi e inseguì gli Inglesi fino a Donquerque, sulla Manica, dove trecentomila poveri sbandati attendevano un battello per tornare in patria. Inspiegabilmente Hitler lasciò che si compisse l’operazione salvataggio dell’esercito inglese, senza annientarlo o farlo prigioniero. Grave errore. Forse l’Inghilterra aveva segretamente e fintamente offerto un armistizio a quelle condizioni, e Hitler ci cascò?
In realtà l’Inghilterra stava già trattando per coinvolgere l’America. Churchill non avrebbe mai ceduto ad Hitler.
Ora cominciano i suoi grandi errori: invece di cercare di invadere l’Inghilterra, tentò di piegarla con spaventose incursioni aeree su Londra e in tutto il Paese. Ma perse oltre metà della flotta aerea. In attesa, inspiegabilmente, denunciò il Patto di non aggressione Molotov-Von Ribbentrop con la Russia e la attaccò. Arrivò quasi a Mosca, ma non piegò la terribile resistenza russa di Leningrado (San Pietroburgo). E il tremendo inverno russo fece il resto, mentre consistenti parti della Wermacht erano impegnate in Africa (Rommel) e in Grecia, in appoggio all’Italia nel frattempo entrata in guerra nel 1940 a fianco della Germania.
Quando entrò in gioco l’America, fu finita per la Germania. I rifornimenti agli Inglesi piegarono l’Africa Corps di Rommel. Poco dopo, lo sbarco degli Alleati in Italia e successivamente, in Normandia.

LA GUERRA ITALIANA

Mussolini non aveva alcuna voglia di entrare in guerra. Aveva tentato, prima a Monaco e poi subito dopo l’entrata tedesca in Polonia, di salvare la pace. Aveva molte cose da fare in Italia: la grande Esposizione Universale E 42 che avrebbe  mostrato al mondo il genio italico era una tappa irrinunciabile per il Regime, e l’EUR era quasi pronta per la grande festa del 1942..
Ma era ormai legato ad Hitler dal Patto d’Acciaio. Inventò per un anno la formula della “non-belligeranza”, ma poi, di fronte agli straordinari successi delle Armate tedesche, temendo di perdere il momento giusto per sedersi al tavolo della pace (“mi bastano 2000 morti!“)  e - sembra - sollecitato dagli inglesi impauriti che l’Europa, in caso di loro sconfitta, diventasse un grande “Protettorato tedesco” con  perdita delle identità nazionali, si decise ad entrare, l’11 Giugno 1940, malgrado la assoluta impreparazione dell‘Esercito italiano. Occorre ricordare che la Monarchia sabauda aveva la responsabilità della entrata in guerra, anche se ormai voluta anche da Mussolini, che era ufficialmente un Capo di Governo e Primo Ministro nominato dal Re, anche se aveva creato col suo consenso il “Regime Fascista” e una pseudo-dittatura
Ripercorremo tappe che tutti sanno, con gli errori di Mussolini e dello Stato Maggiore: l’inutile attacco alla Francia con la conquista (!) di Mentone; il tentativo di attacco alla Grecia per fare una “guerra parallela”, risolto con l’intervento di Hitler che così fatalmente ritardò di due mesi l’attacco alla Russia incappando nel terribile inverno russo;  il Patto con  il Giappone  e  la dichiarazione  di guerra all’America (!);
la sfibrante (anche per i tedeschi) campagna di Libia e il mancato arrivo ad Alessandria d’Egitto. La ritirata fino a Tunisi. Il mancato reimbarco dei resti dell’esercito italiano dalla Tunisia (mancavano le navi da trasporto) con la perdita di trecentomila uomini, utili per la difesa d’Italia. Lo sbarco alleato in Sicilia e la lenta risalita dell’Italia. La deposizione e l’arresto di Mussolini (26 Luglio’43), il Governo Badoglio che rimane alleato dei Tedeschi ma tratta con gli Inglesi. La “resa senza condizioni” di Cassibile, l’8 Settembre 1943. La fuga del Re a Pescara e poi a Salerno (sulla motonave “Baionetta”) e l’essere praticamente esautorato dagli Alleati che avevano formato un “Allied Military Governement” e battevano la nuova moneta, le famose “Am-lire”. Anche il Governo del Re, fatto a Salerno per un tentativo di riaffermare un dominio “legittimo” sull’Italia, venne praticamente tenuto in ostaggio dagli Alleati, che gli vietarono ogni autonoma decisione, se non da loro autorizzata. Persino la “dichiarazione di guerra” alla Germania e al Giappone fatta nel tardo Settembre ’43 da quel governo, non ebbe valore alcuno, e infatti, non fu mai seguita da alcun successivo Trattato di Pace con il Governo Italiano. Persino la proposta e la convocazione, nel ’46, della Assemblea Costituente fu assoggettata alla autorizzazione alleata, il che getta un’ombra sulla sua legittimità. Unica concessione strappata, il fare un piccolo Esercito del Sud (40.000 uomini), di appoggio agli Alleati, per legittimare in chiave monarchica e antipartigiana la riconquista dell’Italia.
Ma gli errori italiani, di Mussolini e dello Stato Maggiore,  erano stati decisivi, all’inizio della guerra: nell’estate-autunno ’40 non approfittammo dell’enorme superiorità numerica in Africa; le truppe Inglesi in Egitto e Palestina erano scarsissime (trentamila uomini!) e nessun reparto nel Sudan. Avremmo facilmente potuto fare il nostro ingresso ad Alessandria d’Egitto, accolti e auspicati da tempo come liberatori dal giogo inglese.
E poi l’attacco alla Grecia!
E la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti (vera catastrofe) seguita all’accordo col Governo Giapponese.
E non aver fatto fare nel 1940 alla FIAT il famoso Carro Armato  T 30, da trenta tonnellate, il migliore e piu’ armato del momento. Lo Stato Maggiore lo vietò perché “non passava su certi snodi e ponti stradali”. La FIAT aveva tutti i materiali. Lo costruirono nel ’43, una trentina di esemplari splendidi, che presero i tedeschi.
Certo, anche il “radar”, inventato in Italia (Prof.Tiberio-Univ.di Pisa), costruito in Germania con tecnologie inadatte (valvoloni alti un metro e mezzo)  ma poi realizzato negli U.S.A. con valvole miniatura e sparso su tutte le navi, gli aerei, i sommergibili, fece la sua parte.
Ricordiamo anche che i due primi AEREI A REAZIONE fatti nel mondo furono della “MACCHI”, e furono costruiti nello Stabilimento presso il Lago Trasimeno. Collaudati dagli italiani e poi presi dai tedeschi parteciparono ad alcune battaglie aeree stupendo gli Alleati angloamericani per la loro velocità (oltre 800 Km/ora!) e maneggevolezza.
Ma l’avere nelle mani - e decifrato – la macchinetta “Enigma”, che dava agli Alleati in tempo reale  tutti gli ordini dello Stato Maggiore Germanico e i movimenti delle nostre navi da trasporto di mezzi e benzina in Libia, con immediato affondamento delle medesime (tanto che si parlò - ingiustamente - di tradimento di Supermarina!) ebbero grande rilevanza per le sorti del conflitto.   
Dopo la liberazione di Mussolini da parte tedesca, nasce al nord la RSI, Repubblica Sociale Italiana, (Governo “di fatto”, dichiarato legittimo – vedi Sentenza n°747 del  26.4.1954 emessa dal Tribunale Supremo Militare Italiano) anche se riconosciuto internazionalmente solo da 11 Paesi alleati della Germania. Ebbe  notevole estensione (dalle Alpi a Montecassino e oltre). Il governo della RSI rapidamente riaffermò le legittimità civili: ripresero a funzionare le Prefetture, i Comuni, gli Ospedali, i Tribunali etc, tutto come prima. Unica alternativa alla RSI sarebbe stata un dominio assoluto dei tedeschi, legittimati dal “tradimento” della Monarchia e del Governo Badoglio, che li aveva di colpo trasformati da forza alleate a forze occupanti, senza chiedere, nel famoso proclama, che lasciassero l’Italia. Invece la RSI acquisì l’aiuto tedesco pagandolo in moneta italiana (oro) e trasformando l’esercito alleato in veri e propri “mercenari”  al suo soldo, anche se la superiorità di uomini e mezzi ne facevano il vero dominatore della situazione, e Hitler aveva posto al fianco di Mussolini, per “sorvegliarlo”, il Gen. Wolf e l’Ambasciatore Fritz Rahn. La RSI ebbe il suo esercito: il Maresciallo Graziani, nominato Ministro delle Forze Armate, organizzò 4 Divisioni combattenti (circa 500.000 uomini) che affiancavano l’esercito tedesco nella difesa d’Italia, mentre il Partito Fascista Repubblicano trasformava, con Pavolini Segretario provvisorio, i suoi quadri in Brigate Nere e  in Guardia Nazionale Repubblicana, con compiti di sorveglianza e di lotta anti-terroristica e anti-partigiana.
Nel frattempo era nato a Roma il CLN (Comitato Liberazione Nazionale) che stava riorganizzando gli sbandati e quanti non avevano voluto aderire all’esercito della RSI. Furono 40-50.000 uomini in armi, che divennero 200.000 a metà Aprile ’45. E successivamente, alla fine di Aprile ’45, oltre un milione sostennero di essere stati “Partigiani”! Chi rinunzia in Italia a salire sul carro del vincitore?
La strapotenza alleata ebbe la meglio nell’Aprile 1945. La Germania fu vinta. La Repubblica Sociale Italiana scomparve senza resa ufficiale, decapitata dall’assassinio senza processo del suo intero Governo. Ma restavano molte delle sue idee sociali, riprese anche oggi.

ITALIANI E ANTI-ITALIANI

Per un non breve periodo per gli italiani il fascismo coincise con “l’Italianità”. Dal Risorgimento (di cui il Regime fascista credette essere il continuatore e definitivo interprete)  in poi, si affermava lentamente il concetto di italianità: gli antichi staterelli italici, ognuno alleato a chi meglio li sosteneva, avevano lasciato finalmente il posto al sogno auspicato da Dante: l’Italia. Certo, non era facile fare gli italiani, e Mussolini si accinse a ciò imponendo regole uguali per tutti e misure economico sociali comuni e di notevole impatto (INPS, IRI, ONMI, OND…).
Ma il Regime lentamente scivolava verso la “dittatura”: il delitto Matteotti e poi l’”Aventino” consentirono a Mussolini di sciogliere il Parlamento e creare al suo posto la “Camera dei Fasci e delle Corporazioni”.
Un grande aiuto al Fascismo nell’affermare una italianità e la necessità di una effettiva libertà d’azione venne    dalle   potenze   limitrofe,  Francia e Inghilterra, che
 - come abbiamo detto - strangolarono economicamente l’Italia con i loro Imperi sulla quarta sponda e col dominio nel Mediterraneo e dettero a Mussolini le necessarie motivazioni.
Ecco che “Italianità” venne sempre più a coincidere con “lotta agli Inglesi e Francesi” e col tentativo, sfociato nella II° Guerra Mondiale, di abbattere il pesante giogo, che - cosa purtroppo non secondaria - ci aveva gettato in braccio alla Germania, unica disposta e interessata ad aiutarci.
Certo, c’era anche la lotta al Comunismo, nel frattempo affermatosi in Russia, e che in Italia era nato nel 1921 dalla scissione del Partito Socialista. Ma tale lotta fu vinta dal grande consenso (1935 - 1938) ottenuto dal Fascismo e dalla vittoria nella Guerra di Spagna (ottenuta col nostro essenziale appoggio) ove ormai comandava il dittatore Gen. Franco (amico nostro…ma fino a un certo punto: tollerò Gibilterra inglese, e con estrema furbizia si tenne fuori dal Conflitto Mondiale!). 
Anti-italiani furono definiti durante il Fascismo gli oppositori del Regime Fascista, che - magari credenti in una pluralità di partiti e nella democrazia come la intendiamo oggi - di fatto si allineavano ai nostri “nemici” anglofrancesi e non si opponevano allo “strangolamento”. E l’Italia non aveva materie prime, e viveva sulla trasformazione e sul commercio delle materie che riusciva ad ottenere dagli amici, soprattutto tedeschi. Da qui la “autarchia”, la “guerra del grano” per avere almeno la indipendenza nel cibo e nel minimo vitale, e il tentativo di commerciare coi pochi paesi liberi dal giogo anglofrancese.
La guerra perduta nel 1945 vide sempre più l’affermazione della superiorità e dell’economia americana, basata su un forte liberismo, sulla innovazione e sulla ricerca industriale di prodotti sempre più all’avanguardia, e sulla ricerca di nuovi potenziali mercati - per questo l’aiuto all’Italia e all’Europa stremata dalla guerrra - che poi sarebbe sfociata nell’esagerato consumismo attuale.

IL DOPOGUERRA, LA RICOSTRUZIONE, I FAVOLOSI ANNI ‘60

Duro il dopoguerra, ma affrontato con straordinario entusiasmo. Non breve la ricostruzione, con l’aiuto americano. Ma poi, un boom economico senza precedenti, dove il genio italico applicato alle industrie grandi, medie, piccole, produceva meraviglie, mentre il commercio rifioriva.
E, incredibilmente, negli anni ‘50-‘60 si avverava il sogno di Mussolini: la liberazione dell’Italia dal giogo degli imperi della “quarta sponda”.
Cadevano infatti, sotto la spinta del riscatto voluto dai popoli affrancati, tutti gli imperi: Francia e Inghilterra ormai erano solo singole nazioni alle prese con notevoli problemi.
Nazionalismo sano e nazionalismo insano:
Il nazionalismo sano consiste nel promuovere e affermare nel mondo le tipicità di una civiltà, per arricchire il patrimonio culturale ed economico mondiale. E l’talia, anche quando alla ricerca di in “Impero”, per affermarsi tra le medio-grandi potenze e combattere lo “strangolamento”, mai aveva abdicato a questo principio: Il Fascismo portò civiltà e spese nelle colonie molto più di quanto ricavò, anche se lo scopo precipuo era quello di dare terre da coltivare ai coloni italiani che volevano attraversare il Mediterraneo e andare nelle Colonie. Anche nel dopo guerra siamo stati rispettati ampiamente dai nuovi Governanti, che hanno essenzialmente riconosciuto la correttezza del comportamento Italiano ( Idriss el Senussi,  il Negus) eccetto che Gheddafi che pretende danni di guerra. Eppure la Libia era un fiore, con noi. Ma forse, dopo, divenuta campo di battaglia varie volte, ha subito terribili danni morali e materiali.
Il nazionalismo insano consiste nell’imporre ai popoli assoggettati e al proprio impero le leggi,  gli usi, la religione e la schiavitu’.
Così fecero gli spagnoli e i portoghesi nel ‘600, così fecero  gli inglesi e i francesi nell’ ‘800. Sfruttando le terre e gli uomini per il benessere dei propri paesi.

LA RESISTENZA

Due le anime della Resistenza: i Comunisti (Gappisti) che volevano fare dell’Italia una repubblica sovietica, secondo lo schema russo; tutti gli altri, che volevano distruggere il totalitarismo e riportare la democrazia pluripartitica in Italia.
Terribili furono le responsabilità del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), perché dall’attentato di Via Rasella (al plotone di 33 tedeschi) in poi furono causate al popolo italiano terribili rappresaglie, compiute essenzialmente dai tedeschi, dalle Fosse Ardeatine alle stragi di Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Boves  etc.
D’altra parte, se si voleva riaffermare una volontà popolare di democrazia antitotalitaria si doveva per forza combattere contro RSI e Tedeschi anche in modo non corretto e mediante attentati proditori.
Per questo, la Resistenza deve accollarsi la responsabilità della guerra civile, che la RSI non aveva alcun interesse a fomentare. Certamente, doveva fucilare i renitenti al bando di leva Graziani, ma non altri.
Ma le macchie (ancora da lavare) più gravi della Resistenza furono tre:
- l’assassinio del filosofo Giovanni Gentile (non voluto da oltre metà del CLN).
- l’assassinio senza processo di quasi tutto il Governo della RSI, a Dongo, il 25/26.4.45 compiuto malgrado la proibizione degli Alleati che volevano catturare vivi Mussolini e i Gerarchi.
- il “genocidio di popolo ex-fascista” perpetrato dopo la fine della guerra,  tra il 25 Aprile ‘45 e quasi tutto il ‘47, quando furono prelevati con la forza e uccisi un numero imprecisato di persone (30-40.000 nei libri di Pansa e Vespa, 200.000 per Graziani e Pisanò) da comunisti mai identificati.
Chi sa parli! Ma nessuno parla, e la magistratura mai ha iniziato neppure processi a carico di ignoti. Forza della sinistra!

I SEGUACI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
L’UNIONE COMBATTENTI DELLA RSI

Mentre i politici davano vita  al MSI, poi ad AN per ora confluita nel PdL, ma in distacco, gli ex-Combattenti della RSI restavano fedeli agli ideali di allora, e cioè:
- respingere il tradimento di Mussolini il 25 Luglio ‘43 e il suo arresto ad opera della Monarchia sabauda
- non riconoscersi assolutamente nella “resa senza condizioni” agli Alleati (Cassibile, 8 Settembre‘43) voluta dal Re e da Badoglio essenzialmente per salvare la Monarchia e riscattarla dal connubio col Fascismo.
- continuare fino alla morte la lotta agli anti-italiani e alle potenze strangolatrici dell’Italia nel Mediterraneo, cioè Francia e Inghilterra, ormai sorrette e fondamentalmente aiutate dagli Stati Uniti.

Oggi, la U.N.C.R.S.I.  che rappresenta gli ex-Combattenti RSI sostiene che gli ideali della RSI sono vittoriosi, perché per merito della guerra fascista l’Italia si è liberata degli Imperi franco-inglesi ed ha potuto, dal 1960 in poi godere di un eccezionale periodo di prosperità dovuto ai commerci finalmente liberi con popoli del mediterraneo. Per questo - dicono - la RSI ha vinto e i partigiani hanno perso.

Ma le cose non stanno proprio così. Concediamo che la UNCRSI  abbia i propri ideali, che privilegiano una Repubblica Sociale con Governo totalitario (vedi “Manifesto di Verona” e  “Costituzione della RSI”) e una economia  e organizzazione industriale basata sulla socializzazione delle Aziende e sulla partecipazione del lavoro al capitale azionario. Concediamo che le idee e le speranze di Mussolini sulla fine degli imperi anglo-francesi siano risultate vincenti dal ‘50/‘60  in poi.
Ma non concediamo che la vittoria della armi abbia arriso ad altri che agli Alleati anglo-americani, con l’aiuto della Resistenza. La Germania è stata sconfitta e ha chiesto pace. La RSI è svanita nel nulla, senza patteggiare, e tanti suoi figli sono stati ingiustamente e proditoriamente uccisi, malgrado che il Maresciallo Graziani avesse fatto includere tutti i militari della RSI nel trattamento previsto per la resa delle Forze Germaniche in Italia trattata in Svizzera dal Generale Wolf(all’insaputa di Hitler), che prevedeva libertà per tutti a meno di crimini di guerra eventualmente commessi e da giudicare nei Tribunali Militari.
Gli imperi anglo-francesi sono caduti per volontà di riscatto dei popoli assoggettati.
Questa è la realtà avvenuta.
I Partigiani, dopo aver causato tante sciagure (anche per motivi di “visibilità“ e di opposizione ai Tedeschi e alla RSI), sono restati nell’A.N.P.I. a rappresentare la Resistenza e il ripudio del totalitarismo, e si ritengono, con qualche ragione, assieme ai Partiti che si formarono durante la Resistenza, padri della nuova Costituzione del ’47 e della attuale democrazia. Però ricordiamo che l’America ci avrebbe “imposto” il sistema democratico e il liberismo, per ragioni essenzialmente economiche.
 La Russia era fuorigioco, per il Trattato di Yalta che divideva ineluttabilmente il mondo in due zone di influenza, e l’Italia era nella zona americana.  Persino dopo l’attentato a Togliatti l’ordine fu di non compiere nessun tentativo rivoluzionario.

I numeri della guerra:

-         Esercito angloamericano  in Italia:  circa un milione di uomini
-         Esercito tedesco + SS :  circa 800.000
-         Numero partigiani iniziale: 50.000  (De Felice)
-         Esercito della Repubblica Sociale + Brigate nere + G.N.R. : 500 - 600.000
-         Civili uccisi durante le stragi  (armadio della vergogna – La Spezia): 
     20 – 30.000
-    Fascisti uccisi tra il 25/4/45 e tutto il ’46:  200.000 (Graziani, Pisanò) 
     30 – 40.000 (Pansa, Vespa)
      

lunedì 11 aprile 2011

PACIFICAZIONE

PER LA PACIFICAZIONE TRA GLI ITALIANI

“La pacificazione può solo basarsi sulla convinzione e sul rispetto della propria e dell’altrui buonafede”

Non ci sarà pacificazione finché non ci sarà verità e studio scientifico della Storia.
Dobbiamo TUTTI accettare questi semplici princìpi:

1) non esiste una "parte giusta" ed una "parte sbagliata" ma semplicemente una parte che vince e una parte che perde;
nessun “vincitore”  ha mai detto : “….menomale che abbiamo vinto,  perché eravamo dalla parte sbagliata!....” 
Allora, vince SEMPRE la parte giusta?!
Se fosse possibile individuare in anticipo la “parte giusta” non ci sarebbero più conflitti. In realtà, la “parte giusta” è solo la buonafede di ciascun contendente.
2) la parte che vince, scrive e impone la "propria" storia e lo fa generalmente in maniera ideologica e utile (e probabilmente necessaria in ogni caso) alla continuazione del proprio indirizzo politico; ma se vuole davvero la pacificazione nazionale (indispensabile dopo una guerra civile) allora deve cercare e rivelare la parte di verità tenuta celata; nessun “revisionismo”, solo un necessario  completamento;
3) in ogni parte ci sono gli "assassini" e gli "eroi", e sono generalmente ambedue in buona fede, dato che mentre agiscono (in tempo reale) non hanno elementi certi per cambiare idea o fede. Di solito il vincitore classifica “atto d’eroismo” quello che per il vinto è “assassinio” e viceversa.

Proviamo ad applicare questi principi ai fatti accaduti dopo il 25 Luglio 1943 e alla guerra civile, contestualizzando le varie situazioni:

1) è innegabile che la Monarchia regnante (Casa Savoia) agì sopratutto per salvare se stessa in extremis e che si rese responsabile di azioni che allora furono – salvo poche eccezioni - considerate da tutti come vergognose per l'Italia. Elenchiamole:
a) l'arresto del suo Primo Ministro (Mussolini) anziché accettarne semplicemente le dimissioni;
b) la firma di una resa senza condizioni (8 Settembre) fatta senza avvertire l'Alleato germanico e anzi dopo che Badoglio aveva ripetutamente dichiarato "...la guerra continua al suo fianco". Nel proclama dell’armistizio mancò qualunque richiesta all’ex-alleato germanico perché lasciasse al più presto il suolo nazionale e si ritirasse al di là dei confini italiani; questa mancanza impedì di estendere la giurisdizione del Regno d’Italia nella parte non occupata dagli angloamericani e trasformò istantaneamente l’esercito tedesco, presente in Italia per la lotta comune contro gli ex-nemici angloamericani già sbarcati in Italia, da “alleato” ad “invasore” legittimandone le azioni di “conquista” territoriale e, in seguito, legittimando la nascita di un autonomo Governo del nord (RSI).
c)  la fuga da Roma, abbandonando la Capitale e il Regno d’Italia alla mercè degli occupanti ex-alleati germanici,  e lasciando senza disposizioni inequivoche l’intero Esercito Italiano.
d)  il rifugiarsi presso gli ex-nemici illudendosi di continuare subito a governare l’Italia  da Brindisi e di poter “allearsi” pariteticamente agli Alleati, che invece fecero un AMG (Allied Military Governement) battendo addirittura autonomamente moneta (le cosiddette Am-lire)
e) i tedeschi gridarono al tradimento (come definire diversamente, almeno dal loro punto di vista, un comportamento simile?) e si disposero a occupare in forze l'Italia e alla vendetta;

2) il 9 Settembre nasce la voglia di "riscatto dell'onore nazionale": da una parte, a La Spezia, si riorganizza la "Decima MAS" con l'intento di raccogliere chi voleva continuare a combattere al fianco dell'Alleato germanico per riscattare l'onore d'Italia; dall'altra parte c'è già chi intravede l'ora della liberazione (da compiersi a fianco delle Forze Alleate di occupazione) e lo stesso giorno inizia la lotta contro l'Esercito Tedesco (epopea della corazzata "Roma", epopea di Cefalonia, etc). Ma anche il "Regno del Sud" – faticosamente continuato da Casa Savoia fuggita a Brindisi, dopo aver avuto molti mesi dopo autorizzazione dagli Alleati, che avevano già dato vita all’ “AMG”  –  riesce, con grandi difficoltà e contro il parere degli Inglesi, ad attivare un proprio piccolo "Esercito di Liberazione Nazionale" (che tra l'altro si copre di gloria a Cassino ed entra per primo -assieme ai Polacchi- in Bologna, liberandola).

3) con la liberazione di Mussolini nasce la Repubblica Sociale Italiana (RSI) col duplice compito di continuare la lotta (sperando nella vittoria finale) a fianco dell'Alleato germanico, nonché di cercare di "contrastare" la voglia di vendetta tedesca, l'annessione alla Germania di parte del territorio italico, il trasporto in Germania di gran parte dell'industria italiana; così nasce in Italia la prima "Resistenza" ai Tedeschi, per riaffermare l'esistenza e le ragioni di uno Stato Italiano seriamente compromesse dall'8 Settembre; non dimentichiamo inoltre che la RSI pagava lo Stato tedesco per l’aiuto fornito nella lotta agli Alleati.

4) ma con la nascita della RSI ecco il "Bando Graziani" di richiamo alle armi sotto la RSI di tutti i giovani che erano fuggiti dall'Esercito Italiano in seguito al suo sfaldarsi dopo l'8 Settembre;

5) solo una piccola parte risponde al Bando Graziani; gli altri, renitenti alla leva, si danno alla macchia e vanno "in montagna": nascono i "partigiani", definiti "ribelli" (o "banditen") dalla RSI e dalle Forze Tedesche, e successivamente organizzati in Brigate combattenti, che compiono numerose azioni di guerriglia e sabotaggio, determinando forti e feroci reazioni da parte tedesca e della RSI; d’altronde, in ogni esercito, il “renitente alla leva” accusato di diserzione, viene immediatamente condannato a morte dopo sicuro accertamento del fatto e delle generalità;

6) le Forze Alleate conquistano l'Italia con l'aiuto (non determinante ai fini bellici ma essenziale ai fini del futuro assetto italiano) delle Brigate partigiane (che avevano già differenziazione politica, con lotte – Porzus -  non esaltanti tra di loro) e dell'Esercito di Liberazione Nazionale del Regno del Sud;

7) il 25 Aprile è il giorno della Liberazione (insurrezione di Milano, fine della RSI, resa delle Forze Tedesche etc) e della rinascita di una sola Patria.


Ed ecco le considerazioni di PACIFICAZIONE:

a) giusta l'idea di proclamare il 9 Settembre "giorno del riscatto nazionale" purché si riconosca che fu un "duplice" riscatto, con buonafede da ambo le parti;
b) giusta la proclamazione del 25 Aprile "Giorno della Liberazione" purché non egemonizzato dalla parte vincente, non sentito come umiliazione dalla parte perdente, ma sentito da tutti come giorno della nascita di un nuovo assetto dello Stato Italiano, la democrazia, e sopratutto "di liberazione" volontaria dagli ideali totalitari di quanti appartennero alla parte perdente, ma anche ai partigiani comunisti (totalitari);
c) comprensione (ma non necessariamente "condivisione") delle ragioni di ambo le parti:                                          
ad esempio, Via Rasella, con la uccisione del manipolo di circa trenta tedeschi da parte dei Gappisti, fu "assassinio" o "azione eroica"? Fu l'uno e l'altro contemporaneamente;  l'eccidio delle Fosse Ardeatine conseguente, fu "strage" o applicazione delle leggi di Ginevra sulla rappresaglia e ritorsione in caso di attacco proditorio da parte di "elementi non provvisti di divisa"? Fu l'uno e l'altro contemporaneamente; e così via, per tutti gli altri fatti simili accaduti, ivi comprese le 695 stragi (o rappresaglie) dell' "armadio della vergogna" (Procura milit.della Spezia) con uccisioni stimate in numero di 20.000-30.000 persone, ma anche la scomparsa di un rilevante numero (compreso tra i 60.000 ed i 200.000) di persone soppresse per vendette varie, senza processo (vedi i libri di Graziani, Pisanò,Pansa,Vespa),  perché fascisti della RSI o anche antecedentemente (Milano e Lombardia, triangolo rosso Emilia Romagna, dal Maggio al Settembre 1945 e oltre (fino al 47’!), malgrado le disposizioni sanatorie di Togliatti), su cui mai la parte vincente ha voluto sinora indagare;
d) quindi, per la pacificazione, indagare su tutto e poi scuse reciproche, da chiedere e da dare, e mai da pretendere a senso unico, a meno di accertate "stragi senza causa" (Marzabotto? Stazzema? Boves? San Dalmazzo?  Foibe di Campastrino? Altre?);
e) sempre per la pacificazione, smettere di vilipendere la parte perdente chiamando "Repubblica di Salo' " la RSI, o "repubblichini" i suoi seguaci, o chiamando "i nazifascisti" l'Esercito Germanico e quello della RSI (anche se composti di parti più o meno estremisticamente politicizzate) ma essenzialmente forze di difesa di uno Stato (la Germania) o di una rilevante parte d'Italia (che alla nascita della RSI andava dalle Alpi a Montecassino e oltre). Applicando questi criteri di vilipendio, dovremmo chiamare con l'appellativo "nazisti" tutto l'Esercito Germanico dall'avvento di Hitler in poi (compreso chi organizzò l’attentato a Hitler),  o chiamare "fascisti" tutto l'Esercito Italiano dall'avvento di Mussolini in poi, ivi compresi i tanto (giustamente) acclamati "Eroi di El Alamein". Ricordiamo che il concetto stesso di verità storica e l'epopea della Liberazione, per la loro esaltazione, non necessitano di parole di scherno o inappropriate dette dai vincitori;
f) riconoscere anche al Mussolini della RSI alcuni suoi tentativi (storicamente accertati – vedi De Felice) di realizzare nel 1944 una nuova "Costituzione" per uno Stato sociale  (vedi Manifesto di Verona)  che avesse una pluralità di Partiti, e che mai potè realizzare perché "stretto" da un lato dai nazisti suoi "custodi", e dall'altro dagli Industriali e dai Proprietari terrieri italiani, nonché da un Pavolini Segretario provvisorio del Partito Fascista Repubblicano, notoriamente "integralista", mentre i tempi calamitosi incalzavano;
g) ma tra quanti decenni potranno venire dette queste verità per contribuire così alla vera pacificazione, ponendo fine ai
finti "conati"  di pacificazione cui assistiamo assai di frequente  e che si ripetono ogni 25 Aprile?

PROFILO  STORICO  ITALIANO  PER LA PACIFICAZIONE:
- Risorgimento (con Monarchici e Federalisti)
- Unità d'Italia sotto Casa Savoia
- Regime Fascista (instaurato dopo l'Aventino) e rafforzamento del concetto di Stato, e di Popolo italiano, anche con misure economiche e iniziative sociali di larga portata (Corporativismo, INPS, IRI, ONMI, Grandi Bonifiche e nuove città, etc)
- Infausto tentativo di affermazione dello Stato Italiano nel mondo con la politica coloniale e imperiale (per porlo in competizione con le maggiori potenze coloniali allora esistenti)
- Infausta alleanza con la Germania (anche causata dall'atteggiamento inglese e dalle Sanzioni Economiche contro l'Italia)
- Guerra 1940 (tentativo in extremis di aggregarsi al carro dei tedeschi, ritenuti vincitori entro sei mesi)
- 8 Settembre 1943, guerra perduta, ignominia, “morte” della Patria
- 9 Settembre 1943, rinascita di due Patrie - RSI al nord e Regno al Sud - con ideali simili (vittoria con i tedeschi da un lato; vittoria con gli Alleati e conquista della democrazia dall'altro; "resistenza" ai tedeschi da ambo i lati)
- 25 Aprile 1945: Liberazione d'Italia dai Tedeschi e fine della RSI: verso la democrazia con l'aiuto degli Alleati ma con la chiara determinazione di gran parte del Popolo Italiano, espressa anche con la Resistenza.

25 APRILE: giustamente istituito come "Festa di Liberazione e di fine della guerra"; ma sarà vera pacificazione e riconciliazione nazionale quando saranno riconosciute le ragioni sopraelencate e sfileranno nelle sedi opportune di commemorazione sia gli Stendardi delle Associazioni Partigiane e dell'Esercito del Regno del Sud che i Labari delle Associazioni Combattentistiche della Repubblica Sociale Italiana, e sarà riconosciuta pari dignità ai morti  creando un unico grande Cimitero dei Caduti, come in Spagna, e sopratutto pari dignità  a TUTTI i superstiti della guerra civile.

FABIO UCCELLI -f.uccelli@ing.unipi.it